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L’inferno non ha limiti, non è circoscritto in un unico luogo. Dove siamo è inferno e dov’è inferno lì staremo per sempre1Il luogo senza confini in cui sono intrappolati i personaggi del cileno José Donoso è un pueblo dimenticato da Dio: Estación El Olivo non verrà mai rischiarato dalla luce dell’elettricità-speranza.

Questo resoconto, come lo chiamerò, andrebbe redatto dopo un bel bicchiere di bianco, possibilmente un Trebbiano d’Abruzzo, da gustare fresco e non freddo. Lo scrivo, invece, a caldo, dopo una birra olandese marca 88, perché poi, bevendoci sopra, rischierei di dimenticare senz'altro qualcosa di importante. E una domanda, da porre a Donato Novellini, davvero ce l’ho.

Il romanzo di Germano Lombardi pretende (e illude) di essere un romanzo oggettivo. Ha un luogo - la riviera ligure nei pressi di Imperia - un tempo - il 20 febbraio 1977 - personaggi descritti minuziosamente - in primis un ispettore privato di nome Nuvolo Cisterna e un floricoltore, Omérus Macaulay Jonesco - e un mistero - "fatti insensati e vandalismi in apparenza senza scopo accaduti nella villa dell'ingegner Volt", la villa con prato all'inglese che dà il titolo all'opera. Il lettore accorto che abbia tra le mani la versione originale Rizzoli del 1977 o la ristampa del 2012 de Il Canneto Editore, si accorgerebbe con una certa facilità che la pretesa ossessiva di descrivere ogni particolare reale non è altro che una maschera, un espediente.

Nel 1996 l’Italia era ripartita dalle ceneri della prima Repubblica. Ceneri ancora fumanti. Il partito comunista più grande d’Europa era caduto col muro di Berlino, la Dc, il PSI distrutti dal ciclone di Mani Pulite. La mafia aveva ingaggiato una guerra mai vista contro lo Stato, uccidendo con le bombe figure simbolo come Falcone e Borsellino. Su di loro pesavano (e pesano tutt’ora) fantasmi, ombre, segreti mai veramente svelati fino in fondo. Dopo erano venute le bombe sul continente. A Roma, Milano, Firenze. Poi tutto era finito così com’era cominciato. Altre facce. Altri partiti. Berlusconi. La nuova destra di Fini. L’Ulivo di Prodi. Dalle macerie era cominciata un’altra storia.

Leggere Sanin equivale a scrutare dentro il maelström della letteratura russa: un vortice in cui si agitano uomini del sottosuolo, donne sedotte e abbandonate, inquietudini esistenziali, idee rivoluzionarie, vecchi fantasmi e pistole che, prima o poi, dovranno sparare. Il romanzo di Michail P. Arcybàšev è stato dato alle stampe nel 1907, due anni dopo la Rivoluzione, fallita, del 1905, ed è figlio di quel periodo travagliato della storia russa: tra le pagine si avverte il sentore acre della disillusione, del ripiegamento nichilistico su sé stessi, ma, all'orizzonte, s'intravvedono nubi cariche di elettricità-modernità, foriere di una nuova rivoluzione.

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