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Mirando Haz, da Charles Dickens a Christian Andersen...

Mercoledì, 27 Marzo 2019

Per sfamare la mia bramosia di libri e alimentare gli effetti dello tsundoku1, sono solito passare le domeniche in giro per mercatini delle pulci, alla ricerca di improbabili titoli, di affaroni da non lasciarsi sfuggire e di cose da recensire su queste pagine. Capite come la colpa sia anche in parte vostra, la responsabilità di tenere in vita Mattatoio n.5 mi procura stress, ansia e desiderio di evasione. Per questo motivo, non mi limito ad acquistare compulsivamente polverose edizioni cartacee, ma anche dischi in vinile e cose da appendere alle pareti di casa, indifferente al fatto che siano stampe, quadri o manifesti pubblicitari.

Durante una delle recenti battute di caccia grossa in quel di Gonzaga, mi sono imbattuto in un’incisione molto particolare, che mi ha affascinato fin da subito per quanto andava a raffigurare: una sorta di castello, con dei mostri e altri strani personaggi ad impreziosirla. Senza pensarci troppo, l’ho acquistata per poche decine di euro e l’ho portata a casa, felice come un bambino. Naturalmente avevo già notato la firma “Haz”, era impossibile non farlo, consapevole che si trattasse di Mirando Haz, artista che l’Osservatore Romano, in occasione del coccodrillo2, definì “l’incisore dell’immaginario”.

Mirando Haz (al secolo Amedeo Pieragostini), nacque a Bergamo nel 1937 e dopo gli studi classici e giuridici, seguì i corsi di incisione presso l’Accademia Carrara. Appassionato di libri e letteratura, si confrontò con alcuni dei nomi più illustri degli ultimi secoli, da Hans Christian Andersen a Proust, passando per Garcia Lorca, Twist, Belli, Stevenson, Thomas Mann e Henry James, dedicandosi anche alla figura di Pierrot.

Nell’elenco manca probabilmente quello a cui Haz era più legato, quel Charles Dickens per il quale realizzò alcune tra le opere più significative della sua smisurata produzione artistica. Basti dire che nel poderoso volume The Reception of Charles Dickens in Europe, uscito nel 2013 in occasione del bicentenario della nascita dello scrittore inglese, Gilles Soubigou - docente alla Sorbona - nel trattare gli illustratori di Dickens tra Francia e resto del mondo, lo cita tra quelli più significativi, accostandolo addirittura al nome di Gustave Doré. Cuore di questa produzione, le incisioni della cartella L’albero di Natale, che accompagnarono la prima traduzione del volume dickensiano apparso nel 1981 col celebre marchio All'insegna del pesce d'oro, per l’editore milanese Vanni Scheiwiller.  Nel volume, oltre ad alcuni saggi firmati da Ada Nisbet, Guido Almansi, Vito Amoruso, Marisa Bulgheroni, Alberto Castoldi e Valentina Poggi-Ghigi, compariva anche uno Scritto per la cartella di dodici acqueforti Dickens-Christmas dello stesso Mirando Haz. Il libro non è rarissimo ma non è certo di facile reperibilità, consiglio di acquistarlo senza indugio qualora vi capitasse l’occasione.


La copertina del libro edito da All'insegna del pesce d'oro

Nel 2012 l’Archivio di Stato di Bergamo curò una mostra dedicata alle dodici incisioni realizzate per L’albero di Natale, evento al quale il Corriere della Sera diede ampio risalto. Faccio mie le parole uscite sul quotidiano con sede a Milano il 5 dicembre 2012, in occasione del vernissage, a firma di Marco Roncalli3: “Un’opera, quella di Haz, costruita più che da illustrazioni da immagini ancorate ai testi dickensiani interpretati con la consueta autonomia visionaria, oltre la pura complementarietà. Un’autonomia capace perfino di inediti intrecci e nella quale lo spunto letterario diviene il contesto”. L’artista bergamasco, insomma, non si limita ad un puro lavoro didascalico, ma pone il suo lavoro allo stesso livello del testo, facendo sì che si instauri un dialogo, un reciproco rapporto tra le parti. Le acqueforti, osservate dal vivo,  appaiono visionarie, lontane dagli stereotipi natalizi a cui siamo ormai abituati.

Allargando il focus e spostandoci dalla rapporto con i testi di Dickens, possiamo pur sempre dire come sia evidente l’obiettivo da parte dell’incisore bergamasco di porre in relazione profonda il testo letterario con la parte figurativa, in una sorta di grande abbraccio: nell’opera di Mirando Haz convivano  due anime, quella dell’artista e quella del bibliofilo. Senza volersi addentrare in territori a noi lontani, come quelli legati al mondo dell’arte, e volendo restare nell’ambito della letteratura, è bene ricordare come al momento della morte, Amedeo Pieragostini ha deciso di lasciare ad Accademia Carrara di Bergamo una biblioteca composta da oltre 12.000 volumi, caratterizzata da preziose prime edizioni, rare monografie di artisti  e cataloghi di mostre, a dimostrazione del fatto che anche per lui il tsundoku era una malattia ben conosciuta.

Non ho trovato un archivio o un elenco con i titoli facenti parte del suo lascito alla Fondazione Carrara, ma è altrettanto evidente, osservando da vicino anche altre incisioni, come quelle fatte per Christian Andersen, che Mirando Haz avesse una particolare predilezione per il per il fantastico ed il nero, campi nei quali dava libero sfogo alla propria immaginazione, rendendo ogni opera una sorta di piccola rappresentazione teatrale, dove i personaggi danno spettacolo, per la gioia o il terrore di chi li guarda.

  1. Tsundoku, quando un booklover accumula libri senza controllo
  2. È morto Mirando Haz, incisore dell’immaginario, Osservatorio Romano, 26 luglio 2018
  3. Dickens visto da Haz, di Marco Roncalli, Corriere della sera, 5 dicembre 2012

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