Un posto al buio, di Corrado Farina
Confesso di aver scoperto la filmografia di Fernando Di Leo solo di recente, partendo dalla cosiddetta «trilogia del milieu»: Milano calibro 9, La mala ordina e Il boss, realizzati tra il 1972 e il 1973. In questi tre film il poliziottesco tocca uno dei suoi vertici, pur con i necessari distinguo dettati dalla forte impronta autoriale di Di Leo, che vi innesta un sottotesto morale e uno sguardo quasi entomologico sui personaggi.
Il poliziottesco si sviluppò come naturale prosecuzione dello spaghetti western, con la tradizionale contrapposizione tra bene e male calata in contesti del tutto diversi: non più sceriffi a cavallo, ma ispettori di polizia a bordo delle loro Giuliette; non più la frontiera americano-messicana, ma le periferie delle grandi città italiane, da nord a sud. La violenza non diminuisce; risulta anzi più evidente agli occhi degli spettatori. Con essa aumentano anche le paure: il campo di battaglia non è più lontano, ma si avvicina pericolosamente alle case. C’è tutto per offrire sullo schermo un ritratto realistico e disincantato della società italiana: stupefacenti, rapine, criminalità organizzata, corruzione, traffici loschi. Cronaca nera e cinema procedono di pari passo, mescolandosi. C’è anche il sesso, naturalmente, e sarebbe stato strano il contrario, dato che il pubblico di riferimento era in larga parte maschile, ma raramente è gratuito: inquadra il corpo come merce e come arma, serve a definire poteri, ricatti e mercati.
Come a un posto di blocco stradale, mi fermo e mostro i documenti. Non è mia intenzione proseguire nella disamina del poliziottesco, del quale esistono approfondimenti molto interessanti e più qualificati del mio (tra cui quello di Gordiano Lupi su La zona morta). Tuttavia, era importante delineare almeno i tratti essenziali di un genere che, partendo dalla rudezza e dall’epica dello spaghetti western, ci ha consegnato un ritratto crudo di un’Italia in rapido cambiamento. Per alcuni resterà solo un fenomeno cinematografico legato al passato; per altri, un tassello imprescindibile per comprendere lo spirito di un’epoca. Io sono tra questi. Rivederlo oggi, dopo decenni di serialità “addomesticata”, fa impressione: il rischio, l’ambiguità, l’odore di ferro e benzina sono ancora lì.
Torno a Fernando Di Leo che, come accennato, trovò una via profondamente personale. I suoi film guardano al noir: atmosfere cupe, città-labirinto, finali amari. Il Belpaese, nelle sue pellicole, si imbruttisce ulteriormente rispetto agli stilemi del genere; e con esso i protagonisti, più “umani” e meno stereotipati, con contorni morali sfumati. In generale, la distinzione tra bene e male non è mai nettissima. Anche la componente erotica è esasperata, tra perversioni e violenza. Queste peculiarità rimandano, credo, alle passioni e agli incontri del regista: Di Leo non nascose mai l’ammirazione per Jean-Pierre Melville, il cui cinema elegante e spietato ridefinì il noir europeo. Li accomunano il disincanto nel tratteggiare il mondo criminale e un certo pessimismo di fondo. A questo Di Leo aggiunge un gusto tutto suo per le dinamiche di milieu, una mappa precisa di poteri e sopravvivenze dove contano gerarchie, debiti e tradimenti più che ideologie. Esco dal campo delle ipotesi personali e torno ai fatti. A Fernando Di Leo è naturale collegare il nome di Giorgio Scerbanenco, i cui testi furono la base per Milano calibro 9 e La mala ordina. Lo stile crudo e la forma breve dei racconti dello scrittore di origine ucraina si adattarono perfettamente allo schermo e alle idee del regista, dando vita a un cinema asciutto, privo di orpelli. La Milano di Scerbanenco, fatta di periferie fredde e disperate, trova nei film di Di Leo una trasposizione visiva precisa: la violenza non è mai fine a se stessa, ma riflesso di un mondo governato da logiche crudeli e ineluttabili. Di Leo non si limita a tradurre le pagine in immagini: ne assorbe lo spirito, aggiungendo un’ulteriore dose di cinismo e disillusione. Se nei romanzi uno spiraglio di riscatto resiste, nei film il destino dei protagonisti sembra quasi sempre già scritto.
È grazie a Scerbanenco se ho incontrato Di Leo, e sono felice che sulla mia strada siano comparsi entrambi. Del primo trovate su questo sito un mio vecchio approfondimento legato a Galassia e al numero intitolato …Di tutti i futuri del mondo, che include L’anaconda, un suo racconto lungo in cui, incredibilmente, si torna a parlare di legge e onore. Onore che, come recita una frase del testo, “fa bene allo spirito, come il vento la sera, ma non nutre”. Chissà se Di Leo ebbe mai modo di leggerlo. Nel dubbio, sono convinto che gli sarebbe piaciuto. Dico questo perché, oltre che regista, era uomo profondamente legato alla letteratura: fin da giovanissimo scrisse poesie e opere teatrali, collaborando con riviste e componendo testi per il cabaret insieme a Umberto Eco, Ennio Flaiano, Luigi Malerba ed Ercole Patti. Un percorso che dimostra quanto il suo universo creativo fosse ampio e non circoscritto al solo racconto cinematografico.
Spinto dalla curiosità di leggere, e non solo vedere, qualcosa scritto da Di Leo, mi sono messo alla ricerca delle sue opere letterarie. Fortunatamente ho trovato una copia di Beati gli ultimi... se i primi crepano, romanzo pubblicato nel 2001 da Le Streghe. Secondo alcune fonti dovrebbe esistere anche Da lunedì a lunedì, ma oltre a non trovarne traccia in rete nemmeno l’OPAC sembra registrarne l’esistenza. Se qualcuno ne possiede una copia o ha informazioni utili per risolvere l’arcano, mi scriva pure. Grazie!
Beati gli ultimi... se i primi crepano ha una copertina gialla con la canna di una pistola puntata al lettore: didascalica, certo, ma efficace nell’annunciare un intreccio venato di “giallo” e irrorato di sparatorie. La trama è tipicamente “alla Di Leo”, e per questo mi sono soffermato prima sulle sue peculiarità filmiche. Leggerlo significa ritrovare quello stile e scoprire che, a distanza di anni, la sua voce conserva una forza integra. Di Leo traspone con efficacia le proprie idee sulla pagina, mantenendo un linguaggio crudo e diretto. La sua lezione, su pellicola e su carta, è che il noir non è solo un genere, ma un modo di guardare la realtà: senza illusioni e con poche vie d’uscita. Se devo dirla tutta, la copertina l’avrei preferita nera: di noir stiamo parlando, non di giallo.
Il romanzo intreccia e rielabora due sceneggiature del regista - Uomini si nasce, poliziotti si muore e Colpo in canna - dando vita a una storia inedita. Il finale, seppur diverso, porta l’inconfondibile marchio di Di Leo. Dal primo riprende l’idea di una squadra speciale di polizia d’élite, dal secondo la vicenda di una hostess incaricata di recapitare una lettera ricevuta da un misterioso “americano”. Da entrambi attinge violenza, cinismo, disillusione. Se il titolo lascia trasparire un’ironia amara, la narrazione non concede illusioni: tra bande criminali, doppi giochi, vendette e forze dell’ordine travestite da malviventi, il confine tra legge e crimine si fa sempre più sottile. A dilatarsi è invece il tempo: siamo nella Roma dei primi anni Duemila e si avverte che, accorpando due sceneggiature precedenti, l’autore ha dovuto attualizzare situazioni e dettagli, con esiti talvolta forzati. Eppure la voce resta inconfondibile: aspra, disillusa, sorprendentemente attuale. Segno che il suo modo di raccontare il mondo non invecchia; o che i mali della società restano immutati, così come i vizi. E di vizi, nelle 157 pagine, ce n’è in abbondanza: droga, gioco d’azzardo, corruzione, sesso. Le donne non sono figurine di contorno: spesso più lucide e spietate degli uomini, muovono svolte narrative decisive. Memorabile, infine, un curioso scambio sulla masturbazione femminile tra due bellocci della polizia e la segretaria del prefetto: un siparietto che, probabilmente, non ha eguali in altri romanzi del settore (o almeno, in quelli che ho letto).
Dispiace che del Di Leo romanziere si trovi così poco, e che recensioni e studi su Beati gli ultimi... se i primi crepano siano esigui. È un contrasto evidente rispetto al Di Leo regista e sceneggiatore, la cui bibliografia critica è molto più corposa, complice anche la stima dichiarata da Quentin Tarantino. Un omaggio che non si ferma alle parole e filtra nelle immagini: i due killer de La mala ordina sembrano riverberare in Pulp Fiction, segno che l’impronta di Di Leo continua a farsi sentire nei codici del cinema contemporaneo. Concludo, ed è proprio il caso di dirlo, con un dettaglio curioso: dalla quarta di copertina scopro che Di Leo ha scritto anche una trilogia erotica. Farò il possibile per procurarmela.