Non classificabili - Varie

Killing e l’Italia nera (prima) di Piazza Fontana - Parte II

Ho già detto, nella prima parte dello speciale Killing e l'Italia nera, come la malavita di Killing si rifaccia molto all’immaginario di una criminalità “organizzata” alquanto vecchio stile, più vicina ai film di gangster americani o ai noir di Melville francesi, o ancora a certa criminalità del dopoguerra italiano. E per quanto riguarda la situazione sociale del periodo? Nel numero di Nocturno Giuseppe Lippi chiude il suo intervento accennando alla violenza politica che era nell’aria e che il fotogiallo di Killing (e i neri in generale) sembra intercettare e anticipare.

Killing esce nella seconda metà degli anni ’60, anni di grandi trasformazioni e turbolenze. Sono ancora gli anni del boom economico, almeno fino al ’63, e quelli in cui comincia a cambiare l’immagine femminile. In Killing questo cambiamento è molto evidente: la donna non è più soltanto l’angelo del focolare, la madre, la casalinga sottomessa ai voleri del padre o del marito padrone. Anni in cui “nascono” i nuovi giovani, le loro esigenze, nuove tendenze, gusti musicali, anni in cui il cinema italiano è una macchina industriale. Anni in cui tuttavia sopravvive anche una società strutturata e reazionaria, in cui sono ancora radicati modi e comportamenti del periodo fascista. Il decennio s’era aperto con l’insurrezione di Genova, i morti di Reggio, le cariche dei carabinieri a Roma, un clima drammatico da guerra civile alimentato dal breve e famigerato governo Tambroni, poi seguito da un allentamento e dalla sperimentazione democratica del centrosinistra, con l’approvazione nel ’63 di un’importante riforma della scuola media. Nell’estate del ’64 avvenne, all’insaputa dell’opinione pubblica, il cosiddetto Piano Solo, che prevedeva un colpo di stato militare per mano dei “soli” carabinieri, un piano forse solo preventivo e di minaccia che voleva far cadere il governo riformista e di centrosinistra guidato da Aldo Moro. Un piano su cui molto si è scritto e che, forse, prevedeva anche un coinvolgimento dell’allora Presidente della Repubblica Segni, ostile a qualunque forma di collaborazione tra i partiti di governo e quelli di sinistra. Un’estate drammatica e di travagli quella del ’64, in cui l’ordine democratico italiano sembra sul punto di irrigidirsi.

Accennavo all’Italia nera, al sottobosco post-fascista. I fumetti neri, spesso come certo cinema di genere, sono stati accusati di tante cose, di traviare le giovani menti, di essere politicamente di destra. Certo l’universo narrativo di Killing è un covo di vipere, di criminali e farabutti pronti a tutto per il denaro e la bella vita e più che al sottobosco fascista sembrano invece alludere a una frenesia capitalistica su cui scriverà molto Pier Paolo Pasolini negli Scritti Corsari del ’75, in particolare in uno pezzo uscito sul Corriere della Sera nel giugno del ’74, in cui, riferendosi agli italiani e al loro cambiamento dice che “i ceti medi sono radicalmente, antropologicamente cambiati: i loro valori positivi non sono più quelli sanfedisti e clericali ma sono i valori dell’ideologia edonistica del consumo e della conseguente tolleranza modernista di tipo americano (…). L’Italia contadina e paleoindustriale è crollata, si è disfatta, non c’è più, e al suo posto c’è un vuoto che attende di essere colmato da una completa borghesizzazione del tipo che ho accennato (modernizzante, falsamente tollerante, americaneggiante, ecc)”. In realtà certe ideologie fasciste erano lontanissime dai valori e dalle trame messe in scena dai fumetti neri: pensiamo a quanto andava scrivendo e dicendo allora uno come Franco Freda, che nel suo La disintegrazione del sistema dimostrava uno schifo e un rifiuto totale per la mercificazione del capitale, identificando nei traffici leciti e illeciti della borghesia la cancrena morale dell’intera Europa e nel fascismo una sorta di estetica rigenerante dell’individuo, una capacità alternativa di sentimento del mondo come semplicità, chiarezza “geometrica”, senso di obbedienza, armonia e integrazione dell’inferiore col superiore, insomma un’estetica opposta al mondo del cane mangia cane di Killing.

Ho accennato a Franco Freda e Pasolini e allo spirito dei tempi per contestualizzare il mondo reale in cui il fotogiallo e i fumetti neri uscivano nelle edicole. Interessante il numero 17 intitolato Baciami e uccidi: qui le atrocità si sprecano, raggiungendo il sublime, con pupe torturare a colpi di forbici da un sadico Baldini, redivivo negli ennesimi panni del boss malavitoso, Killing che fulmina una bellona con la corrente mentre è nuda nella vasca da bagno, ne avvelena un’altra con della droga. Mercier si allea temporaneamente con Baldini per mettere il sale sulla coda di Killing e finisce concupito da una amorale Erna Schurer al solito in mutande. Il culmine lo si raggiunge col nostro protagonista mentre appende a delle corna di cervo una stagionata signora in combutta coi malfattori; la signora stagionata finisce con la gola trafitta a penzoloni lungo il muro, con Killing in abito da sera che la sfotte sul fatto che solo i grandi eroi della letteratura muoiono così.

Albo sublime il n. 22 dell’agosto ’67, Mora… morbida… morta: si parte con Killing intento a somministrare la tortura del momento a una bella mora in mutande e reggiseno, tenaglie roventi, carni sfrigolanti e straziate. Il super criminale si eccita alla vista di tanto sfacelo, si sfila la maschera e svela il volto a modo di Alberto Farnese; stop, colpo di scena, siamo sul set di un fotoromanzo, con i volti noti della serie a impersonare una troupe che mette in scena le gesta del temibile criminale, una sorta di metanarrazione sul fotoromanzo stesso, sui suoi attrezzi di scena; poco più avanti il vero Killing si sostituisce al suo sosia e, durante una scena di tortura, sevizia per davvero una delle attrici, con le maestranze (c’è persino l’ispettore Mercier a sovrintendere) convinte si tratti di una delle scene previste dal piano delle riprese, insomma un giochino raffinato che tornerà anche, così a memoria, in una scena di L’assassino ha riservato nove poltrone e di Deliria di Michele Soavi. Va bene. Dicevamo siamo già nel ’67: il fumetto nero ha conosciuto fin dall’inizio un successo enorme, si parla di 180.000 copie per Diabolik e almeno 100.000 per ognuno dei suoi cloni; molti di questi personaggi (tra cui lo stesso Killing) avevano trovato la via della Francia, riscuotendo addirittura un successo maggiore.

Purtroppo però le maglie della censura si abbattono con ferocia su queste pubblicazioni, con una sorta di processo alle streghe amplificato dai quotidiani. La magistratura inizia a interessarsi di queste pubblicazioni fin dal ’65, con ordini di sequestro sparsi tra Padova, Milano e Lodi. L’accusa è chiara: pubblicazioni amorali, pornografiche destinate ai giovanissimi, pubblicazioni fumettistiche che esaltano il crimine e gli orrori e corrodono il sentimento morale dei giovani. La crociata parte in pompa magna nel ’66, fomentata dalle testate giornalistiche, in primis dal borghesissimo Corriere della Sera. I fumetti neri finiscono letteralmente alla sbarra e con loro i direttori, editori, autori. Tra le testate incriminate anche I racconti di Dracula e la collana dei KKK. Enzo Biagi su La Stampa ironizza ecumenico, altri arrivano ad alludere che le donnine in carne ed ossa di Killing sono prese direttamente dai giri reali della prostituzione o dai night milanesi, ignorando che molte di loro sono attrici cinematografiche, tutta gente del giro romano, in alcuni casi attori e attrici affermate o in ascesa, penso soprattutto a una come Gabriella Giorgelli, molto presente sulle pagine di Killing, o a un attore come Paul Muller, praticamente sugli scudi di tutta la produzione di genere dell’epoca, in particolare quella di un regista come Jess Franco.

Diabolik riuscirà ad uscirne senza rompersi le ossa, edulcorando le violenze e stemperandosi in un fumetto inoffensivo. Peggior sorte toccherà agli altri. Furbo come sempre, Fellini, sul Corriere, scriverà che in fondo tra il fumetto nero e lo spaghetti western che tanto piace al pubblico corre poca differenza: entrambi i generi sono attratti dal sangue, dal macabro, dalla violenza grafica, caratteristiche non lontane dalla faccia nascosta (e ipocrita) del paese. Una cosa non dissimile la scrive il sempre efficace Pezzotta nel suo bel saggio sul western nostrano, edito nel 2012 per il Castoro. Scrive Pezzotta: “il western italiano ha una forte componente antisociale e anarcoide, spesso declinata in senso qualunquistico e superomistico (…) chi detiene il potere politico ed economico di norma è rappresentato in modo negativo: banchieri doppiogiochisti e spesso menomati fisicamente, sceriffi corrotti o imbelli, ricchi avidi e degenerati, militari e megalomani. I borghesi (proprietari di saloon, commercianti, albergatori) sono di frequente pavidi, viscidi e ridicoli”. Queste righe descrivono bene molti spaghetti western, ma potrebbero prestarsi anche a definire i personaggi messi in scena in Killing, o ancora ad alludere a una sorta di spirito patrio fatto di degenerazione morale ben presente nella realtà politica e sociale dell’epoca, ben prima che i fumetti neri spuntassero come funghi nelle edicole degli anni ’60.

La storiografia recente ha ricostruito tappe e percorsi di un paese che si ammoderna velocemente e violentemente, che si arricchisce, lasciando indietro il meridione, sfruttando in modo bestiali i lavoratori dei campi o nelle fabbriche, esibendo un potere all’apparenza impersonale succube della volontà americana e che sguinzaglia un servizio segreto coinvolto in molte stragi che insanguineranno la storia di quegli anni. Dicevo dei processi: molti editori verranno condannati a mesi di reclusione e molti milioni di multa. In pieno ’68, con un paese in subbuglio, la caccia alle streghe dei censori chiuderà i conti condannando anche un giovane e rampante editore come Renzo Barbieri, nelle edicole coi vari Goldrake, Messalina, Isabella. Barbieri, Ponzoni, Borrelli, Magnus & Bunker, tutta gente che ha rivoluzionato davvero la cultura di quegli anni e che, in cambio, ha ricevuto solo processi e condanne. L’attacco della magistratura (particolarmente insistente quella milanese) avrà come conseguenza quella di decretare la fine dei fumetti neri, con molte testate costrette a chiudere o ammorbidire i toni e i contenuti. Poi la caccia alle streghe si sposterà verso altre riviste ai limiti dell’erotismo e della pornografia che inizieranno a invadere le edicole dai primi anni ’70 e faranno sembrare i fumetti un ricordo infantile. Comunque, forte del suo successo di pubblico, Killing prosegue le uscite. Che il clima stia cambiando lo si capisce anche dalla scritta che appare in copertina dal n. 27, che, sotto fotostorie del brivido, specifica come l’albo sia “per adulti”. Nello stesso numero Killing se la deve vedere con una mescolanza di sette massoniche, controspionaggio, magheggi dei servizi segreti e una setta del Ku Klux Klan con donnine e frati incappucciati che si muovono in anfratti e cantine con delle candele in mano e paiono usciti da qualche film di Renato Polselli.

Nel n. 26, Anonima morte vi sono altre cose interessanti: anzitutto l’ambientazione tra la Francia e un paesino sperduto della Spagna su cui si addensano voci di stregoneria e sortilegi. Le vicende sono in realtà tutte girate tra interni ed esterni della periferia romana, ma la suggestione viene ben resa su carta e tanto ci deve bastare. La compagnia di giro degli attori di Killing (pure il regista Borrelli in una non inconsueta partecipazione da comparsa, oltre alla presenza di Vito “Kimba” “Supersex” Fornari nella veste di un celerino che finisce letteralmente in mutande) si muove nella presunta Spagna e la trama gravita attorno a un attentato sventato casualmente da Killing. Saranno le batoste in tribunale, ma anche nella ferocia di questo personaggio si insinuano delle scusanti morali; il nostro continua a massacrare e torturare bellezze in abitini succinti (nello specifico usa falci, ventilatori per tranciare le dita) ma lo fa contro gang del crimine, criminali, gente che ad eliminarla dalla faccia della terra si fa solo un favore al povero ispettore Mercier. Dicevo: Killing sventa un attentato contro un politico e l’attentatore si chiama Osvald. L’aria è quella già plumbea del dopo Piano Solo, coi fatti americani riletti in chiave da fotoromanzo nero; la Spagna ancestrale, pastori, i soliti malavitosi affaccendati in ricatti e questa volta attentati, il nostro super cattivo che viene incolpato di aver organizzato l’attentato e decide di sgominare i cattivi del caso e ripulirsi dalla falsa accusa. Mi colpiscono i fotomontaggi della gente ai comizi dei due politici che si fronteggiano in una gara elettorale dal sapore autoritario, con le suggestioni di una Spagna primordiale da ricreare alla buona in qualche borgata pasoliniana. Se da una parte le varie bande del racket messe in scena da Borrelli hanno un sapore ormai passatista legato all’immagine di una criminalità marsigliese da romanzo d’appendice, dall’altra i vaghi accenni ai comizi politici, la ieraticità dei politicanti, simili a tante mummie impassibili della prima Repubblica, rimandano a scorci più nervosi e inspiegabili.

Il dopo golpe del ’64, i venti del ’68 ormai alle porte, il fallimento dei governi di centro sinistra voluti da Aldo Moro. Una nuova criminalità bussa alle porte, nuovi alfieri del crimine che mescolano ritualità esoteriche, destra post fascista e servizi deviati: figure di ex combattenti della RSI, nostalgici come Pino Rauti, Stefano Delle Chiaie, figure melliflue come quella di Guido Giannettini. La destra italiana degli anni sessanta coltiva ammirazione per il modello greco, per un irrigidimento e annullamento delle istanze democratiche, suggestioni che talvolta filtrano nelle gerarchie del potere istituzionale con cui si deve confrontare l’ispettore Mercier, doppio morale di Killing, impaludato tra prefetti, Ministri dell’Interno, capi della polizia, signori stagionati in doppio petto, figure lamentose e autoritarie che propugnano soluzioni drastiche, pubbliche sentenze e pena di morte per i criminali. Killing intanto continua la sua parabola nera: cimiteri di campagna e ricattatori che iniettano un siero per la morte apparente in belle ragazze adagiate nelle bare di legno (La bara vivente, n. 29 del nov. ’67), il ricatto di alcuni pornofilms (La gang del piacere, n. 31 del dicembre ’67), un castello francese in cui circolano leggende gotiche degne di un film di Margeriti, dove chi passa anche solo una notte tra armature e mobili polverosi si ritrova all’alba garrotato da sinistri fantasmi (parlo dello splendido n. 32 Nuda per il boia, uscito nelle edicole il gennaio del ’68).

Il ’68 sgrana via numero dopo numero: il Killing n. 35 Le dannate del vizio vede rappresentato un collegio di ninfette, un traffico di diamanti che le studentesse coinvolte in quel di S. Francisco (con l’ispettore Grant, alias George Hilton, a tribolare sulla faccenda), le tresche con un giovane professore (sotto le cui spoglie si nasconde Killing), tutte cose che rimandano di peso all’albo di Kriminal disegnato da Magnus, o a certe pellicole come Nude si muore di Margheriti, proprio di quell’anno); nel n. 45 L’ora della violenza la polizia scopre il vero volto di Dana, costringendola così ad affidarsi alle cure di un chirurgo plastico (e da questo numero, per un po’ di albi Luciana Paoli esce di scena). Nella realtà è sfilato il ’68: col movimento studentesco desideroso di evadere dallo stile di vita del mondo borghese e da traiettorie di vite comode; gli scontri alla Facoltà di Architettura di Valle Giulia, la rivolta di corso Traiano a Torino, con gli operai e studenti uniti davanti agli stabilimenti Fiat di Mirafiori. Chissà se qualcuno di quei metalmeccanici incazzati e aspiranti rivoluzionari, tra un vinile di Pietrangeli e un manifesto del Che, comprava Killing? Nel n. 53 Luciana Paoli ritorna a prendere le fattezze di Dana e ritrova un Killing meno spietato, che si premura persino di soccorrere una sventurata che si è lanciata dalla finestra per togliersi la vita (effetti samaritani indotti dalle randellate della magistratura).

Gennaio ’69, Il ritorno dell’impiccato, n. 55: Killing sotto le spoglie di un brillante playboy, a spasso con Dana, si reca al castello di un tale conte di Norford su cui penzola la maledizione di una strega; il conte appare già sbiellato, a torso nudo, mentre blatera per i corridoi. Incipit roboante e goticheggiante che richiama La notte dei dannati di Filippo Walter Ratti. Le armature e le armi appese alle pareti si rivedranno in La bestia uccide a sangue freddo di Fernando Di Leo. Albo veloce e sgangherato, un frullato di maledizioni, un gemello del conte, la solita gang ad architettare trame fintamente arcane, Mercier a sudare per acciuffare il super criminale in calzamaglia da scheletro. A un certo punto legano Dana su un tavolaccio e le appendono sopra un pendolo con una falce a mezzaluna, citazione visiva dal racconto di Poe. Ormai siamo alla fine e nella primavera Killing interromperà le uscite. Nel n. 60 del marzo ’69 si mescolano sedute spiritiche e agitazioni politiche appena accennate.

Siamo in quell’Italia inquieta a cui si riferiva Giuseppe Lippi nel numero citato di Nocturno. L’Italia di Piazza Fontana era ben più nera di questi tascabili. Ancora più vera delle fotografie suggestive di Killing e di qualunque fotoromanzo. Un’Italia non popolata da gang del crimine farlocche, bensì percorsa da energie nere che mescolavano tra loro strutture di intelligence anglo-americane, capitalismo predatorio e movimenti neofascisti. La bomba alla banca centrale dell’agricoltura del 12 dicembre del ’69 segnerà uno spartiacque che non solo segnerà l’inizio di una spirale di violenze, ma anche una diversa sensibilità creativa ed artistica. Non a caso le tensioni estetiche e astratte del cinema thrilling nasceranno proprio dopo quella bomba e saranno forse un modo creativo per esorcizzare i fantasmi che usciranno da quel buco nero.

Libri per genere: